La storia di Alfonso

Conoscevo da molto tempo la famiglia di Alfonso, gente semplice e dignitosa. Erano soli nella provincia in cui abitavano, poiché non erano toscani.
Un giorno di normale volontariato in ambulatorio, durante una visita di controllo del ragazzo con Fibrosi Cistica, la mamma chiese di poter parlare con me in separata sede.

Quando fummo sole in una stanza, la mamma di Alfonso scoppiò in lacrime, e a stento riuscì a raccontarmi la loro situazione: da tre anni non potevano permettersi di pagare il mutuo della casa, e la banca aveva iniziato la procedura di pignoramento. Non fu difficile per me capire che, oltre il problema della casa, c'era anche un’enorme difficoltà ad affrontare il pagamento delle normali utenze.
Inoltre, da qualche tempo avevo il dubbio che la situazione familiare fosse diventata ancora più difficile, specie da quando il padre di Alfonso si era ammalato gravemente.

La mamma mi confessò che vivevano solo con il sostegno economico dell'invalidità di Alfonso; suo marito aveva cercato lavoro, ma l'età e la situazione economica attuale, hanno influito negativamente sulla ricerca. Entrambi i genitori, per mantenere la famiglia, hanno accettato anche i lavori più umili. Così come la sorella di Alfonso, di pochi anni più piccola.
Conoscevo la mamma di Alfonso da molto tempo: è sempre stata timida e timorosa, mai una parola di troppo. Per esprimere il suo dolore e chiedere a tutti gli effetti un “aiuto”, credo fosse arrivata al culmine della sua preoccupazione.

Pina, volontaria di LIFC Toscana

La storia di Marco

Cara Barbara,

ricordi il mio timore e la mia vergogna quando ci siamo incontrate la prima volta? Hai chiuso la porta della stanza e mi hai garantito che quello che ci saremmo dette sarebbe rimasto fra quelle quattro mura.
Poter parlare liberamente e accettare il vostro aiuto mi ha liberato, mi ha fatto bene. Per questo vorrei che raccontassi ad altre mamme la mia esperienza perché anche loro trovino il coraggio e la forza di vincere il senso di vergogna e di riserbo. Ho saputo che è stato un medico del Centro a rivolgersi a te, con le lacrime agli occhi, perché parlassi con noi per trovare la strada migliore per aiutarci.

Avuta la tua disponibilità, mi ha accompagnato in segreteria con mio marito e Marco, il mio bambino di quattro anni tanto magro che la gente pensava ne avesse due. Ricordo che la cosa che ti colpì furono i suoi occhi tristi che non riuscivi a rallegrare. Ti ho guardato, ho contato fino a tre e, con la morte nel cuore, mi sono decisa a raccontarti la nostra storia, della nostra figlia più grande, del lavoro perso da mio marito, dalla mia impossibilità di lasciare il piccolo Marco per lavorare. Quanto sei stata discreta...

Anna, la mamma di Marco

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